Argomentazione e confutazione – Capitolo III: I diversi tipi di ragionamento

Ogni ragionamento si riduce
a due operazioni mentali:
l’addizione e la sottrazione.
(Hobbes)

§ 1. Il sillogismo.

Il ragionamento è composto da alcune proposizioni concatenate (seppure non tutte sempre esplicitate): le prime fungono da antecedenti e sono dette premesse (maggiore e minore), mentre l’ultima è il conseguente o conclusione.

Tale ragionamento concatenato è detto sillogismo (dal greco sylloghismon, “raccolgo insieme”), che può assumere le seguenti forme.

prosillogismo (o polisillogismo), che è il concatenamento di due o più sillogismi, in cui la conclusione dell’uno diventa la premessa del successivo (detta apodissi). Ad esempio: “gli esseri viventi sono mortali; gli uomini sono esseri viventi; quindi gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; quindi Socrate è mortale”;

epicherema, che è quel sillogismo in cui ciascuna premessa è accompagnata dalla sua prova. Ad esempio: “gli uomini sono mortali, come confermato dall’esperienza e da tutti questi dati scientifici in nostro possesso; Socrate è un uomo, perché ne ha tutte le caratteristiche morfologiche ed essenziali; quindi Socrate è mortale”;

entimema (“ciò che è concepito dalla mente”), che è un sillogismo abbreviato (perciò anche detto “imperfetto”), perché tace la premessa o la conclusione, che si dà per nota in quanto ovvia (o presunta tale) senza bisogno di dichiararla o esplicitarla, giacché l’uditorio le supplisce da sé. Ad esempio: “Socrate è un uomo, quindi mortale”. Oppure: “Gli uomini sono mortali e Socrate è un uomo”. In tal caso, quando a mancare è la conclusione, l’entimema può assumere le caratteristiche dell’aposiopesi (dal greco aposiōpáō, “io taccio”), chiamata anche sospensione, che è appunto un’interruzione improvvisa del discorso, per dare l’impressione di non poter o non voler proseguire, ma lasciando intuire la conclusione, che viene infatti deliberatamente taciuta per creare una particolare impressione capace di suscitare quella stessa piacevolezza che si prova nel completare un cruciverba (giacché la conoscenza è un desiderio, e soddisfarla dà piacere).

Un particolare tipo di sillogismo è il c.d. sillogismo stoico, il quale -a differenza di quello classico o aristotelico- è privo di un termine medio (su cui v. oltre), e si distingue in:

A) il c.d. modus ponens (lett. “modo che afferma” una verità da un’altra), che si basa sul seguente schema logico: 1) se p allora q 2) è p; 3) dunque q. Detto in altri termini: 1) se piove, la strada è bagnata; 2) piove; 3) allora la strada è bagnata.

B) il c.d. modus tollens (lett. “modo che toglie” una verità da un’altra), che si basa sul seguente schema logico: 1) se p allora q; 2) non è q; 3) dunque non è p. Detto in altri termini: 1) se piove, la strada è bagnata; 2) la strada non è bagnata; 3) allora non piove.

§ 2. La deduzione.

La deduzione (dal latino de-ducere, “trarre da”) è il ragionamento valido per antonomasia, poiché consente di giungere da proposizioni generali a proposizioni particolari mediante un nesso di inferenze logicamente corrette: partendo da delle premesse date.

Esemplificativamente, la deduzione ha la seguente struttura inferenziale:

[1] tutte le sentenze di quel giudice sono giuste

[2] queste sentenze sono di quel giudice

[3] queste sentenze sono giuste.

Da quanto sopra appare evidente che la deduzione ne ricava di necessità una conclusione logica.

In particolare, la deduzione è valida se soddisfa le seguenti regole:

1. Ci devono essere solo tre termini (soggetto, predicato e termine medio).

2. Il soggetto e il predicato devono essere distribuiti in modo uguale nelle premesse e nella conclusione.

3. Il termine medio deve essere distribuito esattamente una volta e non deve mai comparire nella conclusione.

4. Da due premesse negative non segue alcuna conclusione.

5. Da due premesse affermative segue una conclusione affermativa.

6. Da due premesse particolari non segue alcuna conclusione.

7. Da due premesse universali non si può trarre una conclusione particolare

8. Se una delle due premesse è negativa, la conclusione dovrà essere negativa; se una delle due premesse è particolare, la conclusione dovrà essere particolare.

§ 3. L’induzione.

A differenza della deduzione, che -in modo del tutto logico- da una regola generale giunge ad una particolare, l’induzione (dal latino in-ducere, “condurre dentro”) compie esattamente il percorso inverso. Ispirandosi infatti alla teoria matematica della probabilità, l’induzione (detta anche ragionamento per esempi) effettua, mediante un’inferenza non logica ma statistica, una generalizzazione di casi particolari, ossia afferma che ciò che è stato trovato vero in alcuni casi noti (gli “esempi”) lo potrebbe essere sempre, e cioè anche in altri casi non conosciuti, perché in thesi tutti potenzialmente soggetti alla medesima regola o paradigma, generalizzando cioè ad una classe quello che è (ritenuto) vero per una parte della classe stessa.

A differenza della deduzione (i cui enunciati abbiamo sopra esemplificativamente presentato nell’ordine [1][2][3]), l’induzione ha la seguente struttura inferenziale:

[2] queste sentenze sono di quel giudice

[3] queste sentenze sono giuste

[1] tutte le sentenze di quel giudice sono [presumibilmente] giuste.

Da quanto sopra appare evidente che la conclusione [1] cui perviene l’induzione, è ampliativa rispetto alle premesse, sicché non ha natura logica cioè necessaria ma solo possibile o tutt’al più probabile. Infatti, a meno che non si dimostri che i “casi” sono in numero limitato e che la regola si applica a tutti, l’induzione non permette di provare che una proposizione è universale, come appunto ricorda Popper nel suo famoso esempio dei cigni bianchi, essendo sufficiente a smentirla il c.d. “controesempio” di un solo cigno nero (il che è quanto effettivamente accadde quando, in Australia, si scoprì la specie Cygnus atratus). L’induzione, peraltro, non produce certezze (ma sempre mere possibilità, più o meno probabili) neppure qualora si fondasse sull’esame di dati non parziali ma totali, come dimostra il c.d. paradosso di Agassi a proposito di quel tacchino che facesse previsioni sul proprio natale basandosi sul fatto che tutti i precedenti giorni dell’anno abbia sempre ricevuto cibo ed acqua. L’induzione, insomma, non è mai idonea ad affermare con certezza una regola senz’altro affidabile. Cionondimeno, se è pur vero che non si può mai pervenire a conclusioni universali certe partendo da casi particolari (per quanto numerosi possano essere), l’induzione ha comunque un’indubbia rilevanza argomentativa, giacché tutte le premesse dei ragionamenti, ivi compresi quelli deduttivi, sono necessariamente determinate e stabilite in modo induttivo. A ciò si aggiunga che, dopo un certo numero di casi (idonei a costituire un “campione caratteristico”, sufficientemente rappresentativo della classe osservata) ed in assenza di un controesempio, è possibile (o addirittura doveroso) ammettere un passaggio all’universale, o quantomeno riconoscere al risultato induttivo una certa attendibilità statistica (si pensi ai sondaggi, alle rilevazioni a campione, ecc.).

L’importanza imprescindibile del ragionamento induttivo, del resto, era già nota sin dai tempi di Socrate, che su di essa fondò la maieutica, cioè quel continuo interrogare su cosa sia la giustizia, la virtù, ecc., mirando così a raccogliere tutti gli esempi in cui la giustizia, la virtù, ecc. si manifestano per astrarre così, da tali casi particolari, una definizione universale di interesse.

§ 4. L’abduzione.

L’abduzione (dal latino ab-ducere, “condurre via”) è quel particolare ragionamento che, mediante un’inferenza non logica ma congetturale, ipotizza la possibile spiegazione di un certo evento osservato. Il percorso dell’abduzione, quindi, va dall’effetto alla causa, ossia studia i fatti per escogitarne una teoria capace di spiegarli, come fa ad esempio il medico per la diagnosi di una malattia attraverso i sintomi, o il tecnico che cerca di individuare le cause del guasto al dispositivo da riparare, o il detective che cerca di risalire al colpevole tramite indizi (in questo era ad esempio maestro Sherlock Holmes, secondo Conan Doyle).

A differenza della deduzione (ordine enunciati: [1][2][3]) e dell’induzione (ordine enunciati: [2][3][1]), l’abduzione ha esemplificativamente la seguente struttura inferenziale:

[1] tutte le sentenze di quel giudice sono giuste

[3] queste sentenze sono giuste

[2] queste sentenze sono [forse] di quel giudice.

§ 5. Pregi e difetti dei ragionamenti deduttivi e di quelli non deduttivi.

Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, deduzione, induzione e abduzione si differenziano tra loro per il fatto che la prima è essenzialmente ispirata a rigorosi principi di logicità, mentre le altre a meri canoni di plausibilità (ciò che non è logico può comunque avere una propria coerenza razionale, in termini statistici). Ne deriva che, quand’anche tutte fondate su premesse vere, solo la deduzione conduce ad una conclusione necessariamente vera (c.d. necessità logica), mentre l’induzione ad una conclusione vera sino a prova contraria (c.d. probabilità induttiva) e l’abduzione ad una conclusione forse vera (c.d. aspettabilità abduttiva). Proprio per tale ragione, i ragionamenti deduttivi -a differenza di quelli non logici- sono detti “cogenti” o “stringenti”, giacché se di essi si accetta la verità delle premesse, non si può poi rifiutare (senza contraddirsi) la verità della conclusione, in quanto appunto “garantita” dalla logica. Nell’induzione e nell’abduzione, invece, la verità della conclusione è plausibile, ma non necessaria.

Tuttavia, la correttezza logica della deduzione è, in un certo senso, anche il suo più grande limite, poiché il risultato cui essa perviene non aggiunge nulla, in termini di verità (e conoscenza), che non sia già nelle sue premesse, dalle quali anzi toglie: deduzione, quindi, letteralmente intesa come “sottrazione” di un termine (detto “medio”), comune alla premessa maggiore e a quella minore, come in questa esemplificazione:

l’uomo è mortale –

Socrate è un uomo =

Socrate è mortale

All’esito dell’operazione di sottrazione del termine medio (che ovviamente non è sempre così immediata come nell’esempio appena fatto), il contenuto che residua (cd. resto) va appunto a formare la conclusione.

Per questo motivo, le verità logiche sono tutte essenzialmente tautologiche, giacché si limitano ad esplicitare nella conclusione quanto già implicitamente contenuto nelle premesse (c.d. “informazione placebo”). Ecco spiegata, allora, la grande utilità dei ragionamenti non deduttivi, le cui conclusioni sono invece “ampliative” rispetto alle premesse perché -andando oltre ciò che consentirebbe la logica- “aggiungono” (anziché sottrarre) conoscenza nuova rispetto a quella già contenuta in esse.

A tal proposito basti pensare, del resto, al calcolo delle probabilità per rendersi conto dell’importanza di tali ragionamenti non deduttivi, dai quali è lecito attendersi non la certezza del rigore logico bensì una soluzione comunque razionale che conduca da premesse vere a conclusioni vere con una certa probabilità.

§ 6. Sofisma e paralogismo.

Nel mondo dei ragionamenti, sofisma e paralogismo sono ciò che l’illusione è nel mondo delle percezioni: se tale illusione (che, fuor di metafora, si chiama fallacia, dal latino fallere che significa ingannare) è nota all’oratore, che quindi vi ricorresse consapevolmente, si ha il sofisma; in caso contrario, cioè se il primo ad essere ingannato dal proprio ragionamento è l’oratore stesso, si ha il paralogismo. Queste due fallacie (che, come visto, si differenziano solo per lo stato soggettivo di chi vi incorre), possono riguardare tanto la validità quanto la verità del ragionamento:

-nel primo caso, la fallacia consiste nel non ammettere (a se stessi o all’uditorio) che il ragionamento conduce ad una conclusione induttiva o abduttiva, quindi non necessaria (ossia logica) ma solo possibile o tutt’al più probabile;

-nel secondo caso, la fallacia consiste nel non ammettere (a se stessi o all’uditorio) che il ragionamento si basa su premesse false (incerte, inesatte) o ingannevoli.

§ 7. Non sequitur (o non-sense).

Per una naturale attitudine di ciascuna mente razionale al ragionamento, tutti riescono facilmente a riconoscere un non-sense, come ad esempio: «i francesi bevono vino; Napoleone è francese; ergo, Napoleone ha i capelli neri». Infatti, nel non-sense o non sequitur (lett. “non consegue”) l’eventuale verità della conclusione è a noi nota aliunde, poiché non la ricaviamo dalle premesse, con le quali manca infatti un nesso di rilevanza o pertinenza. Lo stesso avviene, ad esempio, negli oroscopi e nei discorsi religiosi o magici in genere, che sembrano apparentemente costituiti da proposizioni tra loro concatenate ed addirittura cogenti, ma in realtà prive di qualsivoglia evidenza causale (ad es., “Giove è in Saturno, quindi attenzione alle cattive amicizie”, oppure “Sei nato il 21 marzo, quindi attenzione ai colpi di freddo”). In definitiva, nel non-sense è possibile credere alla verità della conclusione senza nel contempo dover necessariamente credere che lo siano anche le sue premesse, che sono infatti irrilevanti. Ed in effetti, chiunque può riuscire a credere che sia giusto fare attenzione ai colpi di freddo a prescindere dal proprio segno zodiacale.

§ 8. Conclusioni.

Riassuntivamente, il ragionamento può distinguersi in:

1) vero, caratterizzato da premesse vere;

2) logico (deduzione), caratterizzato da una conclusione necessaria;

3) corretto (ossia vero e logico), caratterizzato da premesse vere e conclusione valida;

4) perfetto, ossia corretto e nel contempo retoricamente persuasivo;

5) non-logico (induzione e abduzione), caratterizzato da una conclusione solo possibile o tutt’al più probabile;

6) fallace (sofisma/paralogismo) caratterizzato da una conclusione illogica e/o da premesse false;

7) insensato (non sequitur o non-sense), caratterizzato da una conclusione non pertinente con le premesse, indifferentemente vere o false.

Esito:

Classificazione:

Argomentazione e confutazione

Avvocato in Modena

Related Articles

0 Comment