Argomentazione e confutazione – Capitolo V: Le fallacie argomentative

Il retore non ha bisogno di sapere come stiano le cose in sé, ma solo di trovare qualche congegno di persuasione, in modo da dare l’impressione, a gente che non sa, di saperne di più di coloro che sanno. (Platone) § 1. Introduzione. In modo non sempre consapevole, si può incappare in vere e proprie fallacie, ossia in ragionamenti soltanto apparentemente fondati, cioè dotati del solo requisito della persuasività (“vuota retorica”) ma del tutto privi dei requisiti scientifici della verità e validità. Ed è proprio di tali artifici argomentativi che ci occuperemo nei prossimi paragrafi. § 2. L’argomento Corax. L’argomento Corax (che prende il nome dal retore Corace, allievo del filosofo Empedocle) consiste nel dire che un fatto è inverosimile perché troppo… verosimile. Ad esempio, “l’imputato ha troppi indizi a suo carico per essere il vero colpevole”, come nell’ipotesi in cui fosse così noto che odiasse la vittima che sarebbe stato il primo ad essere sospettato in caso di omicidio e dunque, proprio per questo, non può aver commesso il delitto; oppure, ove si sostenga che i veri criminali, sapendo che l’imputato sarebbe stato sospettato del delitto, avrebbero appunto approfittato di ciò per commettere il reato impunemente. Per quanto suggestivo, l’argomento Corax è fallace perché fondato su una mera illazione, che infatti viene generalmente confutata con le sue stesse armi, cioè con la retorsio argumenti: prendendo provvisoriamente per vero il Corax, poi lo si ribalta affermando che “l’imputato ha invece commesso il crimine perché sapeva che, proprio in forza del Corax, sarebbe riuscito ad eludere i sospetti a suo carico”. § 3. La fallacia della definizione. Non solo le premesse sono a loro volta le conclusioni di pregressi ed impliciti ragionamenti (cfr. quanto si è detto a proposito dei polisillogismi), ma anche le singole parole che le compongono assumono rilevanza “conclusiva”. Nel qualificare un termine dandone una definizione, si esprime infatti un giudizio, ossia la conclusione di un (implicito) ragionamento, che -in quanto tale- può quindi essere esaminato al fine di valutarne verità e validità. Incorre allora nella fallacia della definizione chi abusi di un termine, utilizzando nel proprio discorso e principalmente nelle premesse, un’accezione falsa, tendenziosa o indimostrata di un’affermazione. Tra tutte le fallacie, questa è probabilmente la più pericolosa, perché subdolamente efficace e al tempo stesso complicata da confutare, giacché richiede una puntigliosa analisi terminologica sul significato delle singole parole, che finisce spesso per risultare stucchevole (se non, addirittura, irritante) per l’uditorio. § 4. La fallacia ad ignorantiam. Tale fallacia è il frutto di una erronea applicazione dell’onere della prova, e consiste nell’argomentare che una proposizione è vera perché non si hanno prove del fatto che sia falsa, oppure che è falsa perché non si è dimostrato che è vera. In entrambi i casi, l’assenza di prove circa la verità o la falsità di una conclusione non implica senz’altro la prova della sua falsità o verità, giacché da due (o più) premesse negative non si può logicamente ricavare alcuna conclusione affermativa (ad es., dal fatto che un oggetto “non è bianco”, non si può dedurre che sia nero né di che colore sia). § 5. La falsa reciprocità. L’argomento di reciprocità consiste nell’invocare una regola di simmetria, in base alla quale se da un antecedente si giunge ad un conseguente, allora da quest’ultimo si può fare il percorso inverso. Una tale simmetria può in effetti esistere, ma non è detto che esista sempre; quando la si invochi a sproposito (il che, ad esempio, accade frequentemente agli schizofrenici, i quali tendono appunto a trattare tutti i termini relazionali come sempre simmetrici) si incappa nella fallacia argomentativa di cui qui si discute, la quale può in particolare consistere: A) nella fallacia dell’affermazione del conseguente, che è la degenerazione del modus ponens e ha la seguente struttura inferenziale: “Se P, allora Q; è Q; ergo P”. Ad esempio: 1) se Tizio è genovese, allora è ligure; 2) Tizio è ligure; 3) allora Tizio è genovese. B) nella fallacia della negazione dell’antecedente, che è la degenerazione del modus tollens, e ha la seguente struttura inferenziale: “Se P, allora Q; non è P; ergo non è Q”. Ad esempio: 1) se Tizio è genovese, allora è ligure; 2) Tizio non è genovese; 3) allora Tizio non è ligure. Subb A e B, l’errore (logico) è intuitivamente smascherabile con un semplice controesempio: in entrambi i casi Tizio potrebbe essere di Savona. Per concludere, si tenga presente che: 1) se è impossibile il conseguente, è impossibile anche l’antecedente, ma non viceversa; 2) se l’antecedente è possibile, è possibile anche il conseguente, ma il conseguente può essere possibile anche se l’antecedente è impossibile; 3) ciò che contraddice il conseguente, contraddice anche l’antecedente, ma non viceversa; 4) se la verità dell’antecedente è certa, o probabile o apparente, il conseguente sarà rispettivamente certo, o probabile o apparente (sofistico). § 6. La fallacia secundum quid et simpliciter. Tale fallacia rappresenta un deteriore impiego dell’induzione e consiste in una indebita generalizzazione di esempi insufficienti o non rilevanti, che vengono elevati a regola generale, come nel caso in cui dall’esame della serie di numeri 1-3-5-7 si volesse concludere che tutti i numeri dispari sono primi, sulla erronea base della c.d. “legge dei piccoli numeri”, che appunto non consente di ritenere statisticamente vero per piccole serie ciò che è solo approssimativamente vero per serie molto lunghe. § 7. La petitio principii (o diallelo). Tale fallacia consiste nell’usare come premessa (ossia nel ritenere accolta) la stessa tesi che invece bisognerebbe provare, dando così luogo ad un ragionamento circolare, una tautologia (dal greco, “dire la stessa cosa”), che non aggiunge cioè nulla di nuovo alle premesse, le quali infatti vengono semplicemente reiterate nella conclusione, giocando sul fatto che sembrano più ovvie o plausibili di quest’ultima, anche se in realtà sono identiche ad essa. Costituisce, ad esempio, petizione di principio il voler ricavare l’esistenza di Dio dal fatto che ciò è affermato nella Bibbia, che è infallibile in quanto parola di Dio: in tal caso, la conclusione poggia su se stessa e, come il Barone di Munchhausen, vorrebbe uscire dalla palude tirandosi per i capelli. A dire il vero, tuttavia, ogni ragionamento deduttivo è in realtà una tautologica petizione di principio, poiché nessuno dovrebbe ammettere, ad esempio, la tesi-premessa che tutti gli uomini sono mortali se dubitasse del fatto che Socrate è mortale, giacché la premessa presuppone che si sia verificato che anche Socrate sia mortale come tutti gli altri. Ciò non significa, tuttavia, che -proprio in quanto già contenuta nelle premesse- la conclusione deduttiva sia (tautologicamente) inutile per chi la raggiunga, così come non si può certo dire che il risultato di una sottrazione qualsiasi, anche a centinaia di cifre a virgola mobile, sia del tutto inutile sol perché già implicitamente contenuto nelle sue premesse aritmetiche da cui viene dedotto. § 8. La fallacia della congiunzione. Alla domanda “credi che Tizio sia un fiorentino oppure un avvocato fiorentino?”, nel dubbio bisognerebbe rispondere “fiorentino”, perché la seconda opzione non può essere più probabile della prima. A tal proposito, alcuni anni fa sono stati fatti alcuni interessanti esperimenti. Simulando una prova testimoniale, ai testi è stato chiesto “Agnelli ha un miliardo o dieci miliardi?”. I testi hanno risposto “dieci”, sebbene nel dubbio la prima opzione fosse quella più probabile (Agnelli avrebbe comunque un miliardo anche se ne avesse altri nove). Le ragioni addotte a sostegno e giustificazione di tale risposta fallace dei testi sono molteplici (logiche, linguistiche, psicologiche, ecc.). Ma quella forse più interessante è di tipo meta-giuridico: non basta che il teste dica la verità; deve dire TUTTA la verità. Quindi, rispondere “un miliardo” sarebbe una testimonianza per certi versi reticente, e quindi “solo” scientificamente preferibile. § 9. Le fallacie emotive. La fallacia emotiva ricorre quando una tesi è ritenuta vera o falsa in base al coinvolgimento emotivo che essa suscita. In particolare, tale fallacia può essere: – ad misericordiam (o appello alla pietà), che ricorre quando si tenta di fare accettare una certa tesi all’interlocutore suscitandone la compassione; – ad baculum (ossia, “del bastone”), che ricorre quando si tenta di fare accettare una certa tesi all’interlocutore facendo appello alla forza, alla paura, o alla minaccia; – ad consequentiam (o appello alle conseguenze), che ricorre quando una certa tesi è ritenuta falsa o vera in base alle conseguenze cattive o, rispettivamente, buone che ne potrebbero derivare (nel primo caso, tale fallacia è detta “della brutta china”). § 10. Plurium interrogationum. Tale fallacia ricorre quando si pone una domanda suggestiva, ossia che ne presuppone un’altra, ma nascosta. Ad esempio, la domanda “hai rubato più di 100 euro?” non ammette una semplice risposta di tipo “sì/no”, se non si è rubato affatto: quella domanda ne nasconde e presuppone una ulteriore, ossia “hai rubato?” (e presuppone altresì una risposta affermativa a tale domanda). § 11. La fallacia dell’evidenza soppressa. La fallacia dell’evidenza soppressa consiste nel proporre una tesi omettendo di inserire nelle relative premesse delle informazioni che altrimenti modificherebbero la conclusione ottenuta. Un singolare esempio di tale fallacia riguarda l’allarme, recentemente lanciato anche su Internet, circa una nuova probabile arma terroristica, rappresentata dal monossido di Diidrogeno (DHMO): “composto chimico incolore e inodore, utilizzato per il rifornimento di Centrali Nucleari, è presente in numerosi oggetti esplosivi ed è un costituente di molte sostanze nocive, tossiche ed infettive. Viene utilizzato in cliniche abortiste, nonché nei laboratori di ricerca e di sperimentazione su animali, e nella produzione e distribuzione di pesticidi; il semplice contatto col monossido (DHMO) allo stato gassoso provoca ustioni gravissime, mentre allo stato solido provoca: lacerazioni multiple, alla velocità di 40KM/ora; danni ai tessuti biologici, o addirittura la morte, in caso di inalazione anche di piccole quantità o di ingerimento in quantità eccessive; è capace di provocare l’erosione del suolo, la corrosione dei metalli, la contaminazione dei carburanti e la paralisi dei componenti elettronici”. Il Monossido di Diidrogeno (DHMO) è l’acqua. § 12. Post hoc ergo propter hoc. Tale fallacia consiste nel ritenere che un fatto sia causa di un altro fatto esclusivamente in base al mero dato cronologico, ossia perché si è verificato prima, senza cioè soffermarsi a considerare se lo abbia anche realmente determinato. A quest’ultimo proposito, uno dei metodi più efficaci per individuare l’eventuale nesso causale o eziologico tra due eventi è quello di provare ad eliminare (mentalmente) ciò che si reputa essere la causa e di “misurare” (valutando le evidenze nel modo più scientifico possibile) le probabilità che l’“effetto” possa comunque verificarsi, dovendo nel dubbio propendere per l’inesistenza del nesso stesso a favore, tutt’al più, di una mera correlazione. A questo punto è utile precisare che, quando affermiamo che A causa B, intendiamo dire che A è condizione necessaria e/o sufficiente di B, con la precisazione che: – A è condizione sufficiente di B se e solo se tutte le volte che A è presente, lo è anche B; – A è condizione necessaria di B se e solo se tutte le volte che B è presente, lo è anche A. Ad esempio finire sotto un rullo compressore è condizione sufficiente per morire (nel senso che tutti coloro che ci sono finiti sotto sono morti) ma non è pure condizione necessaria (nel senso che non tutti coloro che sono morti lo sono perché finiti sotto un rullo compressore). Viceversa, l’ossigeno è condizione necessaria per la combustione (giacché questa non ci sarebbe senza quello) ma non è condizione sufficiente (perché, fortunatamente, non tutte le volte che c’è ossigeno si verifica una combustione). Ora, se intendiamo scoprire le cause al fine di PRODURRE un certo effetto, cercheremo le condizioni sufficienti; se invece intendiamo scoprire le cause al fine di PREVENIRE un certo effetto, cercheremo le condizioni necessarie. § 13. La fallacia dell’ancoraggio. Quella dell’ancoraggio è una fallacia di tipo psicologico, principalmente dovuta ad istintivo conservatorismo se non a vera e propria pigrizia m (...)

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